Una pellicola in modalità Oscar mon amour
The King’s speech – Il discorso del Re
Tom Hopper, regista non ancora affermato in campo internazionale quanto nella terra dei Lord, ci offre una parabola sul potere del linguaggio e l’umanità di un uomo. Piazzandoci dentro un bell' elogio al paese della Regina Elisabetta.
Primo piano su Colin Firth e il suo cappello a cilindro immenso quanto il microfono che gli sta d’innanzi, e quell’angosciante attesa di una persona che fin dall’inizio si arrende al destino che lo attende: uno spettrale silenzio interrotto solamente da qualche accenno di parola, balbettata, che risuona con un imponente eco in tutto lo stadio stracolmo di autorità, cittadini e guardie di sua altezza. Questo, l’inizio del nuovo film di Tom Hopper, una pellicola storica che va a ritracciare e romanzare la vita del Duca di York, Herzog Albert Frederick Arthur George, futuro Re Giorgio VI; Bertie, per i più intimi. Siamo nell’Inghilterra di fine anni 30, poco prima la seconda guerra mondiale, e il secondogenito della famiglia, Bertie, deve leggere il discorso del padre, Giorgo V, ormai sempre più prossimo all’aldilà. Una lettura che, con l’avvento della radio quale mezzo mediatico di massa, sarà trasmessa in diretta mondiale sulla prima frequenza inglese della BBC. Ma, vi è un problema non trascurabile: Bertie balbetta.
Un problema che da sempre lo affligge e che una moglie indefettibile sprona, con molta delicatezza e amore, ad affrontare. Bertie però, sembra non volerne più sapere di medici e terapisti dalle mille soluzioni scientifiche e i risultati inesistenti. E sapendo che come destino vuole, sarà suo fratello maggiore ad assumere il comando della nazione, il Duca confida nel fatto che non dovrà solvere il dovere dei discorsi pubblici. Certo, non aveva considerato l’abdicazione al potere che il fratello David farà per motivi sentimentali, al fine di poter sposare una donna divorziata americana. E non è tanto il fatto della nazionalità, quanto quella di sposare una Madame divorziata, che la corte Inglese vietò al futuro e un poco gigolò Re David. E così il fratellino Bertie (non si direbbe, data la stazza), si vedrà costretto ad accettare l’incoronazione un anno dopo quella di David, con tutte le conseguenze del caso. Ecco che entra in gioco Lionel, un australiano col pallino del teatro, figlio di un bibliotecario e “terapeuta della parola”, così si definisce sulla targa dello studio immesso in una viuzza di una Londra nebbiosa. Una persona molto schietta, brillante e pungente, dai metodi stralunati e non convenzionali che la moglie di Bertie spera possa aiutare il marito. E così fu. Esigendo un trattamento alla pari, dove il Re d’Inghilterra è un semplice paziente come tutti gli altri, Lionel riesce a conquistarsi la fiducia del Sovrano. Grazie a quel bizzarro australiano, Il Re (come in ogni buona favola) riuscirà a parlare in pubblico, potendosi fianlmente esprimere (quasi)fluidamente al suo popolo, in un momento fondamentale per il paese: quello dell’imminente entrata in guerra contro la Germania, per la seconda volta. I due inizieranno così una relazione di grande amicizia, che gli vedrà legati per il resto della loro vita.
Tom Hopper sforna in questo modo una buona pellicola, ma solo grazie alla magistrale interpretazione di Geoffry Rush e Colin Firth. I due attori fanno vivere i personaggi grazie alla loro fisicità ed espressività drammatica, che viene risaltata dai molti primi piani del film, un tantino troppi. Firth è sempre stato perfetto nel rappresentare individui importanti ma dalle molte difficoltà interiori, e in questa pellicola ci aggiunge quel suo tocco ironico molto British, che fa brillare il suo personaggio. E Rush... oh che delizia! Anima nel migliore dei modi quel terapista improvvisato di Lionel. Due figure, cui gli si vuole bene fin da subito, insomma. Il caro Hopper, ha così furbamente deciso di scivolare su alcuni fatti storici quali la nota simpatia filo nazista di Bertie, che sicuramente avrebbero reso il film e il personaggio principale, un po’ meno, come dire, amabile! Così come il non presentare il monarca come il Re di una guerra sanguinea, in un periodo molto buio della storia. Le 12 (si, 12!) nomination agli Oscar mi sembrano un pelo tantine, per una pellicola che in fin dei conti rispecchia canoni…accademici al cubo! E pensare che l’anno scorso vinse The Hurth Locker, quasi da non crederci. The King’s speech di Tom Hopper rimane una pellicola di ode alla Gran Bretagna e il suo regno, piacevole e divertente si, ma che vale la pena di guardare solamente perché Firth e Rush riescono a renderla tale, così come Helena Bonham Carter in versione “Queen mum”!
A presto, per un aggiornamento sul bottino post Academy night!